Lilith e il diritto di ribellarsi: perché nelle mie storie la dignità non è demoniaca

Lilith compare in molte delle mie storie, e la sua presenza nasce da una domanda che attraversa il mio modo di scrivere: chi stabilisce che una creatura sia malvagia? Che cosa distingue una colpa reale dalla disobbedienza a un’autorità che pretende di essere indiscutibile?

Nel mio universo narrativo, Lilith non è un demone, ma è un’entità antica condannata per essersi ribellata. Lo stesso vale per Lucifero: entrambi mi interessano per il conflitto fra la libertà individuale e il potere che la giudica. Quando li porto nelle mie storie, metto in discussione l’equivalenza fra obbedienza e bontà, fra ribellione e male. Essere stati condannati non significa necessariamente aver meritato la condanna.

Lilith immagine tratta dalla pagina di presentazione del romanzo Vanesia
Incontra Lilith nel mio romanzo Vanesia

Perché sono così legata alla figura di Lilith

Con Lilith identifico il diritto di una donna a riconoscersi pari all’uomo e a rifiutare una posizione subordinata.

Per comprendere questa lettura, occorre distinguere le diverse tradizioni. La storia di Lilith come prima compagna di Adamo non compare nella Genesi: prende forma nell’Alfabeto di Ben Sira, un testo medievale della tradizione ebraica. Inoltre, la sua rappresentazione demoniaca precede quel racconto. Sul piano storico, dunque, non possiamo descrivere un percorso lineare nel quale una donna originariamente libera viene trasformata in demone soltanto perché si ribella. Possiamo però interrogare il modo in cui la leggenda accosta l’autonomia femminile alla minaccia. È da questo accostamento che nasce la mia interpretazione. La storia delle tradizioni su Lilith è ricostruita dalla Jewish Women’s Archive.

Nel racconto medievale, Lilith viene creata dalla terra, come Adamo

Quando lui pretende di imporle una posizione subordinata nel rapporto sessuale, lei rivendica l’uguaglianza che deriva dalla loro stessa origine. Il conflitto riguarda il corpo, ma anche il diritto di decidere quale posto occupare nella relazione. Lilith pronuncia il nome divino e si allontana; agli angeli inviati per ricondurla ad Adamo oppone il proprio rifiuto, nonostante le conseguenze minacciate. Il racconto è riportato nell’Alfabeto di Ben Sira.

È questa rivendicazione a colpirmi. Se entrambi provengono dalla stessa terra, su quale fondamento uno dovrebbe comandare e l’altra obbedire? Nella mia lettura, il gesto di Lilith mette a nudo una contraddizione: la parità delle origini viene riconosciuta, ma le sue conseguenze vengono negate.

La sua partenza diventa allora un’affermazione di dignità

Lilith considera inaccettabile il prezzo che le viene chiesto per restare. Il giardino può offrirle protezione e appartenenza, ma richiede che rinunci a riconoscersi uguale al proprio compagno.

Il confronto con Eva rende questa tensione ancora più evidente. Nella Genesi, Eva viene formata da una costola di Adamo. Questa origine è stata letta come un segno di dipendenza, anche se il testo permette di riconoscervi la condivisione della stessa carne e una profonda reciprocità. La subordinazione non è quindi l’unica interpretazione possibile della sua creazione. Il racconto compare in Genesi 2,21–23.

Eppure, nella lettura gerarchica che mi interessa mettere in discussione, emerge un paradosso: alla donna viene assegnata una posizione dipendente, ma le viene attribuita un’enorme responsabilità quando qualcosa si spezza.

Anche qui è necessario distinguere il racconto dalle interpretazioni successive. Nella Genesi entrambi mangiano il frutto proibito; nella Lettera ai Romani, Paolo attribuisce ad Adamo un ruolo centrale nell’ingresso del peccato nel mondo. Sarebbe quindi inesatto sostenere che il cristianesimo addossi esclusivamente a Eva la responsabilità del peccato originale. Si vedano Genesi 3,6 e Romani 5,12–19.

Esistono però testimonianze esplicite della colpevolizzazione delle donne attraverso Eva. Nel De cultu feminarum, Tertulliano si rivolge alle donne come se ciascuna portasse ancora la sua colpa, estendendo a un intero sesso la responsabilità della trasgressione. Una vicenda delle origini diventa così uno strumento per giudicare persone vissute molto tempo dopo. Tertulliano sviluppa questa accusa nel primo capitolo dell’opera.

È qui che, per me, Lilith ed Eva si incontrano

La prima rivendica la propria uguaglianza e viene associata al pericolo; la seconda viene posta in una relazione interpretata come subordinata, senza che questo la protegga dall’accusa. Dentro un simile sistema, alla donna può essere negata l’autonomia e, contemporaneamente, attribuita la responsabilità della rovina altrui.

Quando penso alle “Eva” e alle “Lilith” della storia, uso questi nomi come figure simboliche. Penso alle donne educate ad adeguarsi, a contenere i propri desideri, a rendersi accettabili; penso anche a quelle che hanno contestato le aspettative imposte e sono state giudicate per averlo fatto. Spesso entrambe queste esperienze appartengono alla vita della stessa persona.

Anche la figura della strega entra in questa riflessione. Sarebbe riduttivo immaginare tutte le persone accusate di stregoneria come ribelli consapevoli: poteva bastare trovarsi esposte al sospetto, persino attraverso attività quotidiane di cura e lavoro. Una ricerca sulle accuse nell’Inghilterra del Seicento mostra, per esempio, come alcune occupazioni femminili rendessero le donne vulnerabili quando sopraggiungevano malattie, morti o perdite economiche. La ricerca è illustrata dall’Università di Cambridge.

Lilith nel mio universo narrativo

Nel mio universo narrativo, Lilith compare come un’entità antica e saggia, la cui identità va oltre la condanna che le è stata attribuita. Quando la porto nelle mie storie, riconosco in lei un’esistenza autonoma, una conoscenza e una capacità di giudizio che nessuna autorità può cancellare definendola malvagia. La sua ribellione appartiene alla sua storia, ma non esaurisce ciò che è.

Questa rappresentazione nasce da una convinzione precisa: il valore morale di una scelta non può dipendere soltanto dall’obbedienza a chi detiene il potere. Occorre considerare anche che cosa venga richiesto, quale libertà venga negata e quale prezzo comporti adeguarsi. Nella mia lettura di Lilith, rifiutare la sottomissione significa difendere la propria dignità. Il fatto che tale rifiuto si rivolga a Dio non lo rende automaticamente ingiusto: anche un’autorità divina, quando diventa personaggio e forza agente di una storia, può essere interrogata attraverso le sue azioni.

Per questo, nei miei romanzi, Lilith non assume mai il ruolo del demone tramandato dalla tradizione. La sua saggezza comprende la possibilità di dissentire, di riconoscere un’imposizione e di scegliere di sottrarvisi. Attraverso di lei esprimo un’idea che mi sta a cuore: si può essere condannati senza essere colpevoli, così come si può pretendere obbedienza senza avere ragione. Lilith incarna questa possibilità e conserva il diritto di esistere secondo la propria natura, senza dover chiedere perdono per la propria indipendenza.

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