Scrittura e autismo: come le storie mi hanno aiutata a trovare un posto nel mondo

Prima ancora di voler diventare una scrittrice, desideravo vivere dentro le storie. Mi succedeva quando un film, un cartone animato o un libro riusciva a coinvolgermi tanto da continuare a occupare i miei pensieri anche dopo la fine. Tornavo con la mente ai personaggi, immaginavo altre avventure e cercavo un modo per restare ancora un po’ con loro. A volte immaginavo di esserci anch’io, di partecipare a ciò che accadeva.

Oggi, sapendo di essere autistica, posso rileggere questo rapporto con la fantasia alla luce di qualcosa che per molti anni non ho conosciuto di me. Allora sapevo soltanto che la realtà mi costava molta fatica e che, in quei mondi, riuscivo a trovare un sollievo difficile da spiegare.

La mia esperienza non rappresenta quella di tutte le persone autistiche. Raccontarla, però, significa parlare di come sono diventata una scrittrice e del motivo per cui le storie continuano ad avere un ruolo così importante nella mia vita.

Girl writing at desk surrounded by floating castles, dragons, fairies, and stars
A young girl writes at her desk as a magical fantasy world unfolds around her.

Le storie continuavano anche quando lo schermo si spegneva

Da piccolissima mi succedeva con Balto, con Dragon Ball e con altri anime. Le loro storie si insinuavano nella mia mente e diventavano interessi assorbenti, ai quali tornavo continuamente e con piacere. Ripensarci prolungava il coinvolgimento che avevo provato guardandole; inventare qualcosa di nuovo mi permetteva di portarlo ancora più lontano.

La fantasia trovava spazio tra un episodio e l’altro, dopo il finale di un film, ovunque restasse la possibilità di chiedermi che cosa sarebbe potuto accadere. Potevo immaginare un incontro diverso, modificare il corso di una vicenda o entrare in quel mondo attraverso una versione immaginaria di me.

Nell’adolescenza arrivò la saga di Pirati dei Caraibi, insieme alle letture che avrebbero influenzato il mio immaginario. Mi avvicinai alla narrativa gotica, al romanticismo e alla poesia, incontrando autori molto diversi fra loro: Charles Baudelaire, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, Emily Brontë, Mary Shelley, Bram Stoker e John Milton.

Quelle opere ampliarono ciò che potevo immaginare. C’erano personaggi tormentati, desideri difficili da confessare, ribellioni, amori distruttivi e creature respinte. C’erano persone la cui interiorità occupava intere pagine, anche quando il mondo intorno a loro sembrava incapace di comprenderle.

Potevo soffermarmi su quei conflitti quanto volevo. Potevo interrogarmi sulle ragioni di un personaggio, provare vicinanza e disagio nello stesso momento, continuare a pensarci dopo aver chiuso il libro. Da quell’intensità nasceva anche il desiderio di scrivere.

Immaginare altri mondi mi dava sollievo dalla fatica di quello reale

Mentre nella mia mente accadevano tutte queste cose, nella vita quotidiana dovevo andare a scuola, stare in famiglia e, più avanti, affrontare l’università e il lavoro.

Il mio autismo non era stato diagnosticato. Vivevo il peso degli stimoli e delle aspettative sociali senza avere una spiegazione che mi aiutasse a comprendere perché mi costassero tanto. Dovevo seguire ciò che accadeva, rispondere, partecipare e cercare di essere all’altezza di quello che gli altri si aspettavano da me.

La fatica si accumulava. Ai rumori, alle conversazioni e alle richieste si aggiungeva il sentirmi inadeguata. Quando qualcosa ti pesa profondamente e non sai perché, è facile pensare che il problema sia il tuo modo di affrontarlo, che dovresti impegnarti di più o riuscire a fare ciò che agli altri sembra venire spontaneo.

Fantasticare era la fuga che avevo a disposizione. Potevo essere ancora immersa nella mia giornata e, con la mente, raggiungere una storia nella quale desideravo trovarmi. Lì potevo scegliere su cosa concentrarmi e restare accanto a personaggi che mi coinvolgevano, senza dover soddisfare contemporaneamente tutte le richieste della realtà.

Quei mondi contenevano anche pericoli, dolore e conflitti. Eppure entrarci per scelta, attraverso l’immaginazione, aveva un effetto diverso dal subire una giornata piena di stimoli e aspettative. Potevo interrompere una scena, tornarci, cambiarla. Potevo concedermi il tempo che fuori sembrava mancare sempre.

La consapevolezza del mio autismo mi ha permesso di guardare con maggiore comprensione anche quel bisogno. Oggi riconosco quanta fatica ci fosse dietro il desiderio di allontanarmi e quanto sollievo trovassi nel farlo.

Scrivere mi permette di dare forma a ciò che vivo

La scrittura ha dato una forma a quei mondi interiori. Attraverso le parole potevo sviluppare le scene, approfondire i rapporti fra i personaggi e conservare ciò che prima esisteva soltanto nei miei pensieri.

Quando penso al valore terapeutico della scrittura, mi riferisco soprattutto a questo spazio di espressione e di sollievo. Parlare di benessere, però, richiede di riconoscere che ogni persona può vivere la scrittura in modo diverso.

Un piccolo studio esplorativo del 2026, basato sulle esperienze di tre autori autistici, ha raccolto testimonianze sul ruolo della scrittura nell’elaborazione di ricordi e stimoli sensoriali, nella comunicazione e nel piacere di creare. Sono esperienze significative, pur senza costituire la dimostrazione di un beneficio clinico valido per tutti.

Per me, uno degli aspetti più preziosi della pagina è la possibilità di prendermi tempo. Posso cercare le parole, cambiare una frase e avvicinarmi gradualmente a ciò che voglio esprimere. Un’emozione difficile da spiegare può trovare spazio in una situazione, in un gesto o nel rapporto fra due persone.

Attraverso un personaggio posso esplorare il bisogno di appartenenza, la paura del rifiuto, la rabbia di chi subisce un’ingiustizia. Posso seguire le conseguenze di una scelta e dare attenzione a reazioni che, nella velocità della vita quotidiana, rischiano di restare confuse.

I miei personaggi hanno le loro storie e le loro contraddizioni. Nel costruirli entra anche il mio modo di osservare, di sentire e di interrogarmi sulle relazioni. Posso dare spazio a qualcuno che viene giudicato dall’esterno e accompagnare il lettore abbastanza vicino da permettergli di comprenderlo.

Scrivere significa inoltre provare il piacere concreto di creare qualcosa. Una scena prende forma, un dialogo comincia a funzionare, una persona immaginata diventa sempre più complessa e riconoscibile. Anche questo conta: la soddisfazione, la curiosità e il desiderio di scoprire dove porterà una storia.

Naturalmente, conosco anche la fatica della scrittura. Ci sono i dubbi, le revisioni e i momenti in cui le parole non restituiscono quello che avevo in mente. Il suo valore rimane anche dentro questa difficoltà, perché sto dedicando le mie energie a qualcosa che sento profondamente mio.

Oggi posso condividere i mondi nei quali mi rifugiavo

Da bambina entravo nelle storie degli altri e immaginavo di restarci. Crescendo, ho cominciato a costruire le mie.

Riconosco una continuità fra quelle esperienze. Il coinvolgimento che provavo per un film o un anime, il desiderio di prolungarlo e il sollievo di abitare altrove con la mente hanno contribuito al mio modo di scrivere. Oggi posso dare a quei mondi una forma che anche qualcun altro possa esplorare.

Il mio autismo fa parte di questa storia, insieme alle letture che ho amato, alle esperienze che ho vissuto e al lavoro con cui continuo a imparare il mestiere. Comprenderlo mi ha aiutata a trattare con più rispetto anche quella bambina che fantasticava continuamente, mentre cercava di affrontare una realtà che le pesava.

Le storie le offrivano un posto nel quale desiderava stare. Scrivendo, ho imparato a costruire quel posto e ad aprirlo a chi vorrà entrarci.

Commenti

Rispondi